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Associazione Silvia Procopio

Post infarto miocardico: poco impiegati gli antagonisti del aldosterone, nonostante le raccomandazioni delle lineeguida


Meno del 10% dei pazienti eleggibili con infarto del miocardio e ridotta frazione di eiezione riceve una terapia di inibizione dell’aldosterone al momento della dimissione ospedaliera, nonostante le raccomandazioni delle linee guida.

Queste le conclusioni di uno studio, che ha utilizzato i dati di un registro statunitense sulla malattia coronarica, che conteneva informazioni riguardanti 81.570 pazienti post-infartuati trattati in 219 ospedali tra il 2006 e il 2009. Di questi, 11.255 ( 13.8% ) erano eleggibili per la terapia a base di antagonisti del aldosterone.

Tra questi pazienti eleggibili, a 1.023, pari al 9.1%, era stato prescritto un antagonista dell'aldosterone al momento della dimissione dall’ospedale.
L’uso dell’antagonista dell'aldosterone variava dallo 0 al 40% tra i 144 ospedali con almeno 10 pazienti che hanno soddisfatto i criteri di ammissibilità.

Le lineeguida ACC/AHA ( American College of Cardiology / American Heart Association ) del infarto miocardico con sopraslivellamento ST ( STEMI ) danno una raccomandazione di classe I per l'utilizzo degli inibitori del aldosterone nei pazienti con infarto STEMI e con frazione di eiezione inferiore al 40% e/o insufficienza cardiaca sintomatica o diabete mellito senza controindicazioni.
Le raccomandazioni sono simili anche per quanto riguarda l’infarto non-STEMI.

Un antagonista del aldosterone è stato prescritto nel 15.4% dei pazienti con diabete mellito, nel 16.9% di quelli con una storia di insufficienza cardiaca, e nel 20.2% di quelli con una storia di insufficienza cardiaca o di diabete. ( Xagena2012 )

Fonte: American Heart Association ( AHA ) Meeting, 2012


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