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Associazione Silvia Procopio

La rianimazione cardiopolmonare nell’arresto cardiaco non-defibrillabile


Le persone colpite da arresto cardiaco che non possono trarre giovamento da shock emessi da un defibrillatore hanno maggiori probabilità di sopravvivere se vengono loro praticata la rianimazione cardiopolmonare ( CPR ) secondo le indicazioni delle lineeguida aggiornate che enfatizzano l’impiego di compressioni toraciche.

L'American Heart Association ( AHA ) ha modificato le lineeguida sulla CPR nel 2005, raccomandando più compressioni toraciche con meno interruzioni.
L'enfasi sulle compressioni toraciche è proseguita con l'aggiornamento delle lineeguida del 2010.

Dopo le linee guida del 2005, diversi studi hanno mostrato un miglioramento della sopravvivenza da arresto cardiaco defibrillabile.

Tuttavia, nuova evidenza ha mostrato che la maggior parte degli arresti cardiaci, quasi il 75%, sono dovuti a condizioni che non rispondono agli shock del defibrillatore. In questi pazienti non era noto se i cambiamenti delle lineeguida sulla CPR dell’American Heart Association sarebbero stati associati a risultati favorevoli.

Ora, per la prima volta, è stato riscontrato che una più intensa procedura di rianimazione cardiopolmonare potrebbe salvare 2.500 vite in più ogni anno solo nel Nord America.

I ricercatori dell’University of Washington a Seattle, hanno identificato 3.960 pazienti del King County, nello stato di Washington ( Stati Uniti ), che avevano sofferto di un tipo di arresto cardiaco che non rispondeva agli shock erogati da un defibrillatore ( arresto cardiaco non-defibrillabile ).

Sono stati confrontati i tassi di sopravvivenza tra i pazienti che avevano avuto un arresto cardiaco non-defibrillabile nel periodo 2000-2004 ( prima del cambiamento delle lineeguida del 2005 ) e quelli che avevano avuto un arresto non-defibrillabile nel periodo 2005-2010, e hanno trovato:

• la probabilità di sopravvivenza alla dimissione ospedaliera è migliorata passando dal 4.6% prima delle modifiche delle nuove lineeguida al 6.8% dopo;

• la percentuale di pazienti che sono sopravvissuti con buona funzione cerebrale è aumentata dal 3.4% al 5.1% tra i periodi di studio;

• la sopravvivenza a un anno è quasi raddoppiata dal 2.7% al 4.9%.

Sebbene la sopravvivenza nei pazienti con arresto cardiaco non-defibrillabile sia bassa, lo studio ha evidenziato un miglioramento sensibile. ( Xagena2012 )

Fonte: American Heart Association, 2012


Cardio2012



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